Hotel Olimpico

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Chiesa di S.Maria di Costantinopoli

La storia di questa chiesa è legata alla diffusione a Napoli del culto della Madonna di Costantinopoli, durante gli anni in cui la città fu colpita gravemente dalla peste. Una leggenda racconta che, durante l'epidemia del 1527-28, la Madonna di Costantinopoli apparve ad un'anziana donna, chiedendole di erigere un tempio lì dove avrebbe trovato una sua immagine dipinta su un muro. Rinvenuta questa lungo le mura di cinta sotto la rocca di Caponapoli, vi fu edificata una prima cappella dedicata a S. Maria di Costantinopoli. In seguito, nel 1575, per allontanare il pericolo di una nuova epidemia, si decise di costruire una chiesa più grande lungo il tracciato di via Costantinopoli.
La chiesa di S. Maria di Costantinopoli divenne uno dei principali centri di devozione popolare anche durante la peste che si abbattè sulla città nel 1656. La chiesa attuale, a croce latina e con la sua caratteristica cupola maiolicata policroma che rende l'interno particolarmente luminoso, fu progettata dall'architetto domenicano Fra' Nuvolo tra il 1603 e il 1608.
L'interno, ampiamente rimaneggiato nel corso del Settecento, è dominato dal fastoso altare maggiore, che occupa il coro in tutta la sua ampiezza. Ideato e realizzato da
Cosimo Fanzago tra il 1639 e il 1644, racchiude al centro della cornice marmorea l'affresco tardo quattrocentesco, raffigurante Santa Maria di Costantinopoli, ed è coronato dal rilievo dell'Eterno Padre, opera dello stesso Fanzago.
Verso la metà del Settecento l'architetto Niccolò Tagliacozzi Canale fu incaricato di progettare il nuovo e sontuoso altare, poi realizzato dal mastro marmoraro Antonio di Lucca in marmo bianco, verde e giallo antico ed ornato da due bellissimi putti di Matteo Bottigliero. Quest'ultimo, sotto la direzione dello stesso Canale, aveva lavorato anche alle sculture della Certosa di S. Martino. La chiesa conserva anche alcune tele della bottega del
Solimena e di Luca Giordano.
Gli affreschi della crociera, affidati a
Belisario Corenzio, sono stati rimaneggiati nel corso dell'Ottocento da Giuseppe Cammarano.